martedì 27 settembre 2016

Doliach e Gerini: a volte basta un tratto



Ignazio Doliach, artista classe 1932 che già all'età di 14 anni ha cominciato a creare le sue prime opere, è uno di quegli artisti che, come Sergio Altieri, appartengono alla categoria di artisti/gentiluomini che ti fermi volentieri ad ascoltare, quando la narrazione di fatti e storie sembrano far prendere vita ai quadri diligentemente sistemati nel suo luminoso studio di Cormons.  Un artista che superati gli 80 anni ha ancora voglia di insegnare pittura e far emergere la creatività individuale anche in chi si appresta, per la prima volta, a prendere in mano colori e pennello, dimostra inevitabilmente il senso di una vita, ovvero quello di dare vita ad un pensiero. Ed hanno vita i merli che Ignazio Doliach ha scelto di esporre nella collettiva che fa rivivere, con il linguaggio metafisico che l’arte figurativa riesce a rendere, l’aia ideale che è presente oramai soltanto nel ricordo o nell’immaginario collettivo delle nuove generazioni.
Ignazio Doliach tiene le sue lezioni di disegno e pittura all’Unitre di Cormons in due distinte sezioni. I corsi inizieranno il prossimo 18 ottobre.

Presentare Maurizio Gerini non sarebbe stato facile (io che esperta d’arte non sono) se non avessi avuto la fortuna di leggere una nota critica che risale a dieci anni fa, scritta in occasione di una mostra che lo vide protagonista assieme a Antonio Cendamo nella Piccola permanente d’Arte moderna e contemporanea che si tenne ad Udine, al “Refettorio Caucigh”. “La pittura no la fa paura” era il titolo della mostra. Ed il titolo richiamava – come ricordava il comunicato stampa della mostra -  la frase che in una notte degli anni ’30 i pittori Veno Pilon e Luigi Spazzapan scrissero, di nascosto, su un muro del centro storico di Gorizia. Cosa volevano intendere i due artisti? Forse con quelle parole volevano lanciare una sfida al regime di allora che, invece, della pittura e dell’arte non omologata aveva tanta paura o forse, semplicemente, era un modo come un altro per esorcizzare “la paura della morte” che Pilon e Spazzapan, come tanti altri artisti, identificavano nella loro arte, nella pittura che, quindi, “fa molta paura” soprattutto a chi la esegue.
Maurizio Gerini, maestro d’arte in decorazione pittorica, allievo di Cesare Mocchiutti, goriziano, è un artista che crede profondamente nella pittura tanto da usarla come strumento unico, essenziale e congeniale di comunicazione contemporanea. Astratizza e semplifica la struttura dei suoi soggetti (figure e paesaggi) per approdare ad una raffigurazione simbolica della realtà, utilizzando un linguaggio dove grafica e pittura convivono magistralmente. E con l’agnello che partecipa alla collettiva ha mantenuto inalterati i tratti della tecnica che caratterizza i suoi lavori.

domenica 18 settembre 2016

A Borgo Colmello si pavoneggia la faraona di Fulvio Dot

Impresa non facile trarre il profilo di un artista quando è schivo, com’è Fulvio Dot. Del resto potrebbe ben dire, e su questo concorderei in pieno, che le sue opere parlano più di quanto un intero libro potrebbe fare.
La creatività opera in modi misteriosi è vero. E l'ispirazione e le idee spesso nascono apparentemente dal nulla. Mi sono chiesta se questi principi affermati dalla scienza sono veri anche per questo artista/architetto che, conosciuto da poco, è stato per me che amo Venezia, una vera e propria rivelazione. L’ho conosciuto, infatti, mentre esponeva a Gradisca, nella galleria La Fortezza, i palazzi veneziani, riveduti e corretti come soltanto un creativo avrebbe potuto fare.
Insomma, non artista e basta. Ma un artista “creativo” che da materiali comuni riesce a trarre emozioni.
La peculiarità del suo lavoro, ci ha spiegato, è quello di non accontentarsi di una semplice tela – per realizzare un’opera - ma di incollarne una sull'altra e poi strapparle. Insomma, un semplice modo per complicarsi la vita, sottolinea sorridendo. O, in alternativa alle tele strappate, Fulvio usa dei teli militari con i ganci e le cuciture a sporgere, catrame, sacco carta e altro materiale e poi ci dipinge sopra.
Nel lavoro fatto per la mostra “Ritratti e bestialità di corte” ha usato del cartone da imballo prima "destrutturato" e poi intelaiato. Ed ha scelto la "Faraona reale" – racconta - perchè il disegno delle sue piume gli ricordava il lavoro di Klimt (Un vecchio grande amore) e questo si nota soprattutto nella parte alta del quadro.
Dot, ama molto i contrasti, e questo è evidente dall’animale ritratto: non è bella la faraona in se, eppure la natura gli ha dato in dote un piumaggio degno della "secessione", ci dice lui stesso e come non condividere questa scelta, se il risultato che ne deriva è questa armonica plasticità?

Fulvio Dot è nato a Monfalcone nel 1956.
Diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Gorizia e successivamente laureato in architettura presso l’università di Venezia.
Tra le sue innumerevoli mostre segnaliamo gli allestimenti  in importanti città italiane come Avellino,Barletta,Bolzano,Genova,Parma, Fiesole (Fi) e Milano. E’ stato presente negli “Artexpo” di Bologna,Padova,Reggio Emilia e Pordenone.
Per una azienda di Verona ha creato una linea di design per complementi d’arredo denominata “Easy by Fulvio Dot” e presentata alle fiere specialistiche di Francoforte, Valencia,Parigi e Milano.
Negli ultimi anni ha esposto in personale o in collettiva

2013
“Tutte le stelle sono fiorite” 4 artisti alla galleria “Zerouno” Barletta-collettiva-
“In precario equilibrio” Sala espositiva del caffè-casinò città di Arco. Arco (Tn)-personale-
“Venezia 2.0” sala espositiva “La serenissima” Gradisca d'Isonzo (G0)-personale-
“Asia contemporary art show” con “Art flame Gallery” Hong Kong -Art fair-collettiva-
2014
“Eurantica” con Galerie “Vent des cimes” Bruxelles (Belgio)-collettiva-
“Affordable Art Fair” con  “Art Flame Gallery” Shangai -collettiva-
2015
“Techinique mixte” Gallerie “Vent des Cimes” Grenoble (Francia) -personale-
“Antibes art fair” con Gallerie V.D.C. Antibes (Francia)-art fair-collettiva-
“Reloaded” Galleria “Rettori Tribbio” Trieste-personale-
“Salon de l'Art Contemporain Dijon” con Gallerie “V.D.C.” Dijon (Francia)-collettiva-
“Reloaded” Saletta d'Arte di “Villa Romana” Grado (Go)-personale-
Gallerie “Lacroix” Quebec (Canada) -Collettiva-
“Arte Padova” con Galleria “Viola Arte”-Art Fair-collettiva-
2016
“Arte Genova” Con Galleria “Viola Arte”- Art fair- collettiva
“Art Up “ Lille (Francia) Galleria “Vent des Cimes”- art fair-collettiva
“La storia di domani” Galleria “La Fortezza” Gradisca d'Isonzo (Go)- personale-
“BA.HO. 2016” Salone d'Arte Contemporanea Barcellona (Spagna)


giovedì 8 settembre 2016

Ivan Crico tra pittura e poesia



Ivan Crico che, oltre a dipingere compone poesie di successo, tanto che alcune sue opere in dialetto bisiaco gli hanno valso diversi riconoscimenti a livello nazionale, per la rassegna Ritratti e bestialità di corte ha rappresentato il Bue Boscarin.
Insomma, non un bue qualsiasi ma, citando Roberto Covaz, Ivan ci ha tenuto a ricordare che il Boscarin ha rischiato l’estinzione dopo aver servito per secoli i vari padroni dell’Istria. E se Venezia è stata la potente repubblica marinara che è stata lo deve anche a lui, a Boscarìn.
I buoi istriani erano, infatti, usati dalla Repubblica di Venezia per il trasporto dei tronchi di rovere, per la costruzione delle navi da guerra, che provenivano dal bosco istriano di San Marco, proprietà del demanio veneziano.
Gli alberi crescevano piegati, con la punta legata a terra, in modo da acquisire la curvatura che sarebbe servita ai mastri d'ascia dell'Arsenale di Venezia per costruire la chiglia e il fasciame delle galee.
Il Boscarin oggi, così come la Chianina per la Toscana, è il simbolo della sua terra arcigna, dei suoi uomini tenaci e orgogliosi, delle sue tradizioni religiose e agresti.
Insomma, mai come in questo quadro si rivela inesorabilmente il Crico bifronte. Da un lato il poeta che scrive rigorosamente in dialetto, consapevole della necessità di salvare dall’oblio termini e modi di dire a volte molto antichi, particolari tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Dall’altro, il Crico pittore che utilizza il rosso sangue per le sue pennellate che delineano l’altrimenti grigio Boscarin. Pennellate color rosso come rossa è la terra del Carso che Ivan Crico poeticamente immortala in questi versi

LA MONTE

Quel che ’l xe sta e 'l resta ta 'l saldàn
al à la óse russida de le piante
de foiarola ta'l oro sbechetà
dei sfondri. Al sol in ta 'l bianc
dei mantii distiradi ta le trinzee

doventade un giaron de pòlvar
e vididulazi, gatìuni intrigosi
de russe. In fra i antri che no i sa
cossa che vol dir 'l to zirarte, l'onda

che la me conta de le note dei negri
cavéi sgardufadi. Al rispiro cuiét,
là che ciapa sàcuma l'oro intristulì
de la gràia disérta, drento t'un zito
'ndò che se vémo 'ncantà par senpre.

CARSO Ciò che è stato e resta fra le crete / ha la voce arrossata delle piante / di sommacco sul bordo frastagliato / delle scarpate. Il sole sul bianco / delle tovaglie stese tra le trincee // diventate un greto di polvere / ed erbe, intrichi impenetrabili / di spine. Tra altri che non sanno cosa vuol dire il tuo voltarti, l'onda // che mi parla delle notti dei neri / capelli increspati. Il respiro calmo, / in cui prende forma l'oro bruciato / della radura deserta, in un silenzio / dove ci siamo fermati per sempre.

Per saperne di più su Ivan Crico, pittore e poeta visita questa pagina.